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23 Lug 2009 - 09:09:25
Il gatto nelle favole


C'era una volta… Esopo, scrittore greco vissuto circa 2.500 anni fa, autore di favole i cui protagonisti sono animali. E tra questi non poteva mancare il gatto, ricco com'è di sfaccettature caratteriali. Esopo non scrisse favole per bambini; il suo era un pubblico adulto e la favola consentiva, servendosi della metafora, di divulgare idee e di fare considerazioni che non potevano essere espresse esplicitamente e liberamente...


Admin · 228 visite · 4 commenti
Categorie: Gatti, Favole

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Commenti

Commento di: Admin [ Membro ]
Utilizzando come personaggi gli "animali" si potevano quindi delineare "caratteri" umani, descrivendo ambienti e situazioni che potevano essere ridicolizzati, criticati e contestati. Tutte le favole esopiane contengono un messaggio ed una morale di fondo che si coglie attraverso la lettura di tutto il racconto. In una delle più belle favole scritte da Esopo si narra di una gattina pazzamente innamorata di un bel principe che non si dà pace e si dispera per questo suo amore evidentemente irrealizzabile, finché, un bel giorno, una fata, impietosita dalle sue lacrime, non la muta in una bellissima fanciulla dai capelli d'oro. Il principe, vedendola, se ne innamora e la vuole sposare. Ma in una notte di luna piena, mentre gli sposi riposano felici, ecco che un topo appare all'improvviso nella stanza: nonostante le sembianze, l'istinto prevale: la gattina imprudente scende la letto e… zac! In un sol balzo uccide il topo. Il topo acciuffato è però una magra consolazione, visto che in questo modo la gattina viene smascherata.
Ah, poveri quelli che realizzano i propri scopi attraverso l'inganno… e poveri i gatti che vengono sempre scelti per rappresentare l'inganno e i tradimenti! Dovranno farne di strada i nostri amici prima di riuscire a convincere l'umanità a non considerarli solamente "traditori".
Fedro nel I secolo d.C. riprese la tradizione favolistica di Esopo e scrisse ben cinque libri di favole, molte delle quali sono direttamente tratte da quelle del suo predecessore: scorrendo i titoli, ci accorgiamo che molte di queste hanno come protagonista il gatto.
La tradizione favolistica continua nel Medio Evo, sul modello di Esopo e Fedro, sotto forma di bestiari e di epopee animalistiche.
La favola, come genere originale, ritorna nel Cinquecento (in Italia con l'Ariosto, il Firenzuola, il doni, lo Straparola) e più ancora nel Seicento (Basile in Italia), grazie soprattutto al genio di La Fontaine.
Nei dodici volumi di favole di questo grande favolista francese, il gatto trova largo spazio. Per citarne alcune: Il Gatto e un vecchio ratto; Il Gatto, la donnola e il coniglietto; Il Gatto e i due passeri; Il Gatto e la volpe; Il Gatto e il topo… e molte altre.

Ma il gatto più astuto e più abile è senza dubbio quello "con gli stivali" creato dalla fantasia di Charles Perrault nel 1680, ma già presente nelle favole di Straparola e di Basile. E' in questa favola che vengono descritte le doti peculiari ed innegabili del gatto: l'astuzia, la lucidità mentale, la velocità di azione, lo sfruttamento adeguato di ogni situazione per portare a buon fine il suo obiettivo, che oltretutto è nobile. Il "Gatto con gli stivali" è l'unica eredità del figlio più piccolo di un mugnaio. Grazie alle sue doti naturali, questo gatto farà del suo padroncino un uomo ricco e nobile (il marchese di Carabas) e lo aiuterà a diventare addirittura genero del re. Nonostante l'umanizzazione del protagonista, in cui persino l'abbigliamento è quello di un uomo alla moda, il gatto non perde la propria identità "felina" e vi sono momenti in cui va a caccia di topi nei granai, altri in cui diventa minaccioso, per esempio quando si sente il più forte, e altri ancora in cui fugge, come quando incontra l'orco leone, come farebbe un vero gatto! Anche in tempi moderni la morale è un punto fondamentale delle favole ed in questa si dice: "Fortunato chi si piglia per diritto di famiglia una pingue eredità. Più felice e più contento chi coll'opra e con talento ricco e grande si farà!"

Stranamente nelle favole dei fratelli Grimm e di Andersen, il gatto occupa un ruolo modesto e non diviene personaggio popolare e di fama.
Sempre nell'Ottocento, nella benpensante Inghilterra vittoriana anche il povero gatto si trova invischiato in una parte quanto mai falsa e ridicola: quella dell'istitutore cui è affidata, tramite storielle insulse, l'educazione e l'edificazione morale di fanciulle e giovinette. In queste favole, le micie rappresentano a mo' di esempio edificante quelle virtù femminil-domestiche che venivano richieste alle mogli ed alle madri di puro stampo vittoriano.

"Spiegel fa un affare" è una favola di lingua tedesca, del 1850, firmata dallo scrittore svizzero Gottfried Keller. Narra di un gatto, Spiegel (Spiegel, infatti, significa specchio), che deve il suo nome al proprio pelo, lucente come uno specchio. Il suo destino diviene misero alla morte della vecchia padrona. Si sa che la necessità aguzza l'ingegno e così, magro e affamato com'è, Spiegel non può far altro che stringere un patto "mefistofelico" con lo stregone Mastro Pineiss. In cambio di un vitto succulento per tre mesi, promette al mago di cedergli alla scadenza pattuita il suo grasso, che servirà da prezioso ingrediente per incantesimi. Chiaramente Spiegel, da buon gatto, impiega i tre mesi di vitto gratuito per inventare un modo per salvarsi la pelle (e il grasso, naturalmente!) e, allo scadere del patto, svela al mago il nascondiglio di un favoloso tesoro, dote di una bellissima principessa per l'atteso principe azzurro che, altri non è, a detta del gatto ovviamente, che il mago Pineiss in persona. Questi dunque ringrazia il gatto e lo lascia libero, ma nel talamo nuziale la bellissima principessa si rivela un'orribile megera, degna moglie di un crudele, ma ingenuo e poco furbo, stregone. Inutile dire che Spiegel se la spassò per molto tempo con la pancia piena! L'insegnamento della favole si tradusse in Austria nel detto "Poveraccio, credeva di aver comprato il grasso del suo gatto!", che si usa tuttora quando qualcuno crede di aver fatto un buon affare e rimane invece gabbato.

Anche come personaggio secondario il gatto riesce ad essere importante come in "Alice nel paese delle meraviglie" di Lewis Carrol (1865). Chesire Puss , il gatto di Cheshire (lo Stregatto, nella versione italiana), tigrato, paffuto e sghignazzante, diviene infatti uno dei personaggi più amati e popolari di questa incredibile favola. Sarà perché viene descritto come un brillante cabarettista, che tra un atto di illusionismo e l'altro esordisce con battute e scherzi degni del più puro nonsense inglese. Simpatico e burlone, ad Alice che educatamente chiede: "Quale strada devo prendere, per favore?", giustamente risponde: "Dipende in genere da dove si vuole andare!". O forse la sua popolarità è dovuta alla sua logica ed al suo humour sottile come quando spiega ad Alice perché i gatti sono pazzi. Sostiene infatti lo Stregatto che, poiché i cani, notoriamente saggi, muovono la coda quando sono contenti mentre i gatti lo fanno quando sono arrabbiati, questi ultimi sono senz'altro pazzi.

Il più sincero nel rappresentare il gatto "com'è e per quello che è" è però certamente il nostro Collodi, che per primo descrive il gatto rispettandone la vera natura senza volerne arricchire la personalità con virtù e vizi umani. Degno di rispetto è dunque il povero, malandato, sporco, lacero e affamato gatto di Pinocchio, un vero gatto randagio che si barcamena come può, lontano dal conforto di una casa, senza cibo assicurato, senza carezze e comodi cuscini. La sua vita è piena di insidie, la strada è dura, fatta di imbrogli, di mezzucci, di cattive compagnie. Collodi però se ne serve per descrivere la corruzione e la tentazione al male di giovani sventati e senza cervello e anche in questa occasione, ahimè povero gatto, finisce per essere di nuovo etichettato come vile, ipocrita, truffatore, bugiardo e traditore come vuole la più antica tradizione.

Un altro povero gatto, nero per giunta, è Black Cat di Edgar Allan Poe. Questo però si fa interprete della giustizia divina quando, sepolto vivo inavvertitamente assieme al cadavere della moglie di un vecchio ubriacone assassino, rivela ai poliziotti la precisa ubicazione della prova del reato commesso, che altrimenti sarebbe rimasto impunito.

Nei racconti popolari che non hanno raggiunto la celebrità, trovano spazio numerose ed interessanti vicende aventi naturalmente come protagonista il gatto.
Gatti amici fedeli delle streghe come in "Jorinda e Joringel", in cui la fata cattiva Carbosse assume l'aspetto ora di un gufo, ora di un gatto, o come in una antichissima leggenda indiana che narra le vicende di Patripan, in cui nonostante si dica che egli "è il più virtuoso di tutti i gatti, l'unico che sia salito in cielo" si finisce poi per dubitare che il suo cuore sia davvero puro quanto il suo setoso e candido pelo di gatto d'Angora. Il candido Patripan possiede in realtà un harem di 365 gattine, è capriccioso ed assiste ai giochi erotici della corte di Salmgam, è vanitoso ed esigente quanto mai nelle sue richieste agli dei di costosissimi regali, tanto da imporre la censura sui piccanti dettagli delle sue vicende.
Il gatto si riscatta in Russia, dove invece è amato e non tacciato di essere un traditore: e come si potrebbe definirlo tale quando si comporta come nel "Il Gatto della Baba Yaga", in cui proprio il gatto della strega aiuta una fanciulla a sfuggire alla strega stessa che la teneva prigioniera, ricordando quanto ella si era dimostrata gentile e premurosa con lui?

Questa pagina è stata liberamente tratta da "Grande Enciclopedia del Gatto" - De Agostini - volume 2°.
   23.07.09 @ 09:15:25
Commento di: susi [ Membro ]
Bellissimo, interessantissimo.

Una piccola riflessione di gatto:

Quando sono fuori,
voglio entrare.
Quando sono dentro,
voglio uscire.
E spesso,
voglio essere dentro e fuori
contemporaneamente.

(Talvolta, il contrario di fuori è fuori)

Sogattocrate
   23.07.09 @ 21:24:31
Commento di: cris-hestia [ Membro ]
ciao!! bello questo aricolo! una domanda: sei sicura che sia metamorfosi e non metafora?
Nell'antica Grecia la metafora era utilizzata sempre..nei racconti, Platone stesso parlava per metafore...
   24.07.09 @ 15:41:43
Commento di: Admin [ Membro ]
Non ti sfugge niente :D evidentemente ho trascritto malamente io, eh sai com'è preparare a sera tarda gli articoli per il blog... mo' l'ho corretto ;)
   24.07.09 @ 17:30:06

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